Migranti, i dubbi di Anci sul passaggio da Sprar ai Cas: si spenderà di più

Migranti, i dubbi di Anci sul passaggio da Sprar ai Cas: si spenderà di più

Lo Stato rischia di spendere di più, i Comuni anche e ci saranno più migranti irregolari in giro nelle nostre città. Sono le conseguenze – negative – previste da Anci – , come conseguenza dell’approvazione del decreto sicurezza. Per il responsabile immigrazione dell’ Anci, Matteo Biffoni «si mettono paletti all’unico sistema che aveva dato risposte vere, lo Sprar (sistema di protezione per i richiedenti asilo e i rifugiati), per favorire il nuovo sistema di accoglienza gestito dalle Prefetture, come i Cas, i Centri di accoglienza straordinari». Anche se non sono molti i Comuni che hanno aderito subito al sistema Sprar (1.800 comuni su 7.900) i numeri erano in crescita: siamo passati da 10mila posti Sprar nel 2015 a 36mila nel 2017. Ma ora il decreto congela questo meccanismo che Biffoni definisce «virtuoso». Camilla Orlandi, responsabile del Dipartimento immigrazione e integrazione dell’ Anci, sostiene che, contrariamente alle intenzioni, con i Cas lo Stato rischia di spendere di più. «Il migrante – dice Orlandi – resta in media in uno Sprar sei mesi e mezzo (con formazione linguistica e professionale) e considerato che costa circa 35 euro al giorno alla fine il conto per l’Italia è di poco più di 6.300 euro. Nei Cas il migrante resta in media da un anno e mezzo a due anni. Anche con il nuovo schema di capitolato previsto dal decreto che prevede una spesa più bassa a migrante (da 19 a 26 euro al giorno) alla fine lo Stato spenderà di più: se la permanenza è di un anno e mezzo rischiamo di spendere da 10 a 14mila euro. E senza più formazione linguistica e professionale, che il dl sicurezza abolisce. L’ abolizione del permesso umanitario poi pone altri problemi. Anci, appoggiandosi ai dati dell’Ispi, prevede un aumento nelle nostre città di 120-140 clandestini. Secondo Biffoni «queste persone non essendo più seguite dai servizi rischiano nella migliore delle ipotesi di lavorare in nero, nella peggiore di diventare manovalanza per la criminalità». Infine i Comuni non godrebbero più dei fondi trasferiti dallo Stato per le spese socio sanitarie per vulnerabilità dei migranti, che nel 2017 erano di 280 milioni di euro.

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